RIFKIN ?

 

 

Lorenzo Matteoli

16 giugno, 2013

Alla serata inaugurale organizzata specialmente per lui della Milanesiana 2013 Jeremy Rifkin ha fatto la sua lectio magistralis per un’ora e quindici minuti. Ho già avuto modo di smontare con numeri e precisi argomenti di efficienza termodinamica di sistema (rendimenti di secondo ordine) la sua teoria/religione sull’economia dell’idrogeno in un mio articolo di qualche anno fa e non è il caso di ritornare specificamente sull’argomento: chi vuole trova tutto in quel saggetto. È invece interessante svolgere qualche riflessione sulla sua posizione attuale come espressa nell’ultimo libro[1] e sulla lectio magistralis nello spazio generosamente offerto dalla Milanesiana 2013 al teatro Dal Verme di Milano il 12 giugno. Generosità che avrebbe meritato da parte del Rifkin di un minimo di bel garbo: per esempio salutare e ringraziare gli ospiti prima di andare via. Se non concedere un minimo spazio per qualche domanda dopo avere somministrato per settantacinque minuti con atteggiamento ieratico la sua religione in un inglese yankee senza nessuna moderazione.

Rifkin ha dedicato una buona mezzora iniziale della sua lezione al dramma della “fine del petrolio”. Un argomento che è oramai molto datato: è dal 1973 che il mondo scientifico che orbita intorno all’energia si occupa del “peak oil“. Dopo i lavori monumentali e fondanti di Marion King Hubbert che risalgono al 1956 la letteratura sull’argomento si misura in tonnellate di carta. Io stesso ho partecipato alla giostra peraltro con qualche dubbio e moderazione. Comunque, dopo quasi 60 anni di dibattito sulla fine del petrolio, sull’argomento oggi è bene aggiornarsi. La fine dell’era del petrolio è un processo in corso, molto lento, come a suo tempo la fine dell’Impero Romano, richiederà forse più di un secolo, durante il quale avverranno molte cose, la maggior parte delle quali oggi sconosciute. I tempi lunghi non modificano la importanza storica, economica, industriale, sociale, geopolitica dell’evento, ma certamente devono suggerire qualcosa di diverso, sia sull’atteggiamento strategico, che sulla drammaticità con la quale se ne vuole imporre la urgenza. Tutte le scadenze proposte fino ad oggi dalle varie elaborazioni della campana di Hubbert sono state regolarmente aggiornate a seguito di nuovi ritrovamenti o di nuove tecnologie per lo sfruttamento dei vecchi giacimenti e bacini e questo sta ancora avvenendo, tanto che il prezzo del barile oggi (97.89 dollari US il 15 giugno 2013) non è diverso, in termini di potere d’acquisto, da quello del 1974 (30.00 $), e i mercati sono regolarmente soggetti a periodici “oil gluts” ogni volta che qualcuna delle locomotive economiche mondiali si addormenta. Il problema va trattato quindi con qualche attenzione evitando toni da catastrofe planetaria domani e senza assumere atteggiamenti da cassandre incomprese e da sacerdoti dell’apocalisse. Precisamente l’atteggiamento che Rifkin ha scelto per la sua lezione milanese: oramai prigioniero di una parte che si è dato e che non sembra capace di abbandonare documentandosi e aggiornando i suoi numeri e i toni sacerdotali che oggi sono francamente goffi. Chiedersi come mai una previsione che tutti abbiamo fatto negli anni settanta non si sia avverata dopo quaranta anni sarebbe utile anche per Jeremy Rifkin.

Una posizione aggiornata sulla dinamica complessa della fine del petrolio suggerisce anche strategie politiche e tecnologie molto diverse per la gestione della transizione e per l’innesco del nuovo paradigma macroeconomico e ambientale.

Nella seconda parte della lezione Rifkin propone la linea per quella che chiama la terza rivoluzione industriale. Una linea che si basa su cinque pilastri fondamentali, che, avverte Rifkin, vanno costruiti simultaneamente, pena il crollo di tutto il castello. Prima di elencare i cinque pilastri proposti devo avvertire i miei lettori che proprio nella formulazione di questi “pilastri” Rifkin si espone all’accusa di molti suoi critici (Ricci e Battaglia fra i più noti in Italia) di essere un millantatore. La realtà è che Rifkin tace, per comodità intellettuale, alcuni importanti pezzi e implicazioni della sua costruzione e dei pilastri che la sostengono. Le teorie e le semplificazioni di Rifkin non hanno convinto nemmeno il Prof. Ing. Federico Butera (Ordinario di Energetica al Politecnico di Milano) che con Jeremy Rifkin ha avuto a suo tempo uno scambio durissimo che ha visto il Rifkin in grande difficoltà.

Primo pilastro: passaggio alle fonti di energia rinnovabile. Un processo che potrà forse avvenire nell’arco di cento anni[2], se mai del tutto, e se mai economicamente utile. La sostituzione delle tecnologie energetiche di conversione e produzione attuali e l’aggiornamento mediante retrofit o sostituzione del parco edilizio costruito sono operazioni di portata epocale. Edifici e strutture costruiti nel corso di secoli non possono essere aggiornati e sostituiti in cinquanta o sessanta anni anche se venisse finanziato e implementato militarmente un progetto durissimo, insostenibile economicamente e inaccettabile socialmente. Rifkin cita numeri ingannevoli e astratti da qualunque fattibilità sulla potenzialità dell’energia eolica o sulla potenzialità di quella solare, un po’ come faceva Amory Lovins negli anni settanta[3]. Numeri che ascoltati da pubblico comune e senza la specifica preparazione possono sembrare molto convincenti, ma che in realtà non sono tecnicamente praticabili. Il passaggio alle energie rinnovabili avverrà gradualmente e con tecnologie che oggi sono probabilmente ancora ignote, richiederà investimenti finanziari plurigenerazionali e dovrà essere attentamente verificato per evitare disastri ambientali di materiali non riciclabili e ambientalmente aggressivi, non potrà essere indipendente da tecnologie di accumulo: un problema che ancora non ha una soluzione economicamente e ambientalmente praticabile.

Secondo pilastro: la trasformazione del patrimonio immobiliare esistente in tutti i continenti in impianti di micro-generazione per raccogliere in loco le energie rinnovabili.

Come dice lo stesso Rifkin si tratta di 190 milioni di edifici solo nell’Unione Europea (accettando il numero con beneficio di inventario) molti dei quali hanno qualche secolo di età e molti dei quali per affrontare il retrofit dovranno essere abbattuti. È sufficiente considerare l’età del nostro parco costruito i costi e i tempi del suo ricambio per rendersi conto della impossibile semplificazione che Rifkin ci impone con grande disinvoltura. Propone di “ricostruire l’Europa”. Non ci sono riuscite nemmeno due guerre mondiali.

Il terzo pilastro: l’applicazione dell’idrogeno e di altre tecnologie di immagazzinamento dell’energia in ogni edificio e in tutta l’infrastruttura per conservare l’energia intermittente.

Questa è forse la reticenza più grave di Rifkin: la voluta negazione della impossibilità di risolvere i problemi tecnici posti dall’idrogeno (serbatoi enormi per conservarlo a temperatura e volume ambiente, serbatoi costosissimi per contenerli ad alta pressione o a bassissima temperatura) rendimenti di sistema negativi. Il silenzio sulle “altre tecnologie di immagazzinamento” tutte problematiche e al limite della fattibilità economica attuale o con rendimenti di sistema marginali: aria compressa, volani meccanici, volani termici, cambiamento di fase, pompaggio di acqua nei bacini montani etc.

Quarto pilastro: utilizzo della tecnologia internet per trasformare la rete elettrica in ogni continente in una inter-rete per la condivisione dell’energia che funzioni proprio come Internet. Un’altra significativa confusione: la circolazione e l’accumulo di informazioni con impulsi elettronici di qualche millivolt su reti intercontinentali satellitari, radio o telefoniche non ha nulla a che vedere con i trasferimenti e con l’accumulo di flussi di energia elettrica per milioni di Kilowatt per migliaia di chilometri a decine di migliaia di Volt di tensione. La rete ospitale per le energie alternative fortemente stocastiche è semplicemente un’altra rete, altri cavi, altre logiche di trasformazione, altre tecnologie e strutture di trasformazione, altre tecnologie di accumulo, altra infrastruttura territoriale, altre perdite di sistema. Il suono della proposta a orecchie semplici o incompetenti sembra fattibile in realtà l’analogia fra la rete informatica e la rete dell’energia non ha nessuna base concreta. Ma agli ospiti della Milanesiana Rifkin non ha concesso un “question time” .

Quinto pilastro: transizione della flotta dei veicoli da trasporto passeggeri e merci pubblici e privati in veicoli plug in e con cella combustibile che possano acquistare e vendere energia attraverso la rete elettrica continentale interattiva.

Un altro pasticcio fra veicoli elettrici (batterie) e veicoli a cella combustibile (idrogeno). Un altro ambiguo silenzio sulla impraticabilità tecnologica del ciclo dell’idrogeno per i trasporti e sulle contraddizioni dei rendimenti di secondo ordine dell’idrogeno come vettore energetico per la motorizzazione della mobilità[4].

Rifkin presenta i suoi pilastri con grande sicurezza: con l’implicita assunzione che chi non condivide le sue teorie sia colpevolmente ignorante, reazionario o asservito a qualche strano complotto di occulti poteri corporativi (petrolio, finanza, banche, Bilderberg, Illuminati, etc.). Ovviamente non lo dice apertamente, una accusa sottintesa in tutte le trecento  pagine del suo libro e chi lo ascolta o legge è fortemente indotto a pensarlo e la tendenza al complottismo è una delle sindromi attuali più popolari. Attribuire a occulti e perversi poteri il fallimento delle moderne democrazie malate e la povertà politica e culturale dei nostri leader e dei nostri parlamenti/palude è più comodo che assumersi la responsabilità del degrado, che è una responsabilità collettiva e, se vogliamo un obbiettivo più preciso, dei media e dell’informazione.

Molto bene ha fatto la Milanesiana 2013 a ospitare Rifkin: la esposizione delle sue teorie avrebbe consentito il contraddittorio e quindi una informazione più obbiettiva. Forse non è un caso che Rifkin non l’abbia concesso e se ne sia andato senza salutare gli ospiti e il pubblico che lo aveva ascoltato con attenzione, rispetto e pazienza. C’erano molti fra i presenti che avrebbero potuto fare domande interessanti, dubito che negli Stati Uniti un comportamento del genere sarebbe stato tollerato e tenuto.

Un comportamento tanto più strano proprio per uno che ha scritto: “Il sogno della qualità della vita può essere realizzato solo collettivamente: è impossibile goderne nell’isolamento ed escludendo gli altri.”[5]

…specialmente se fanno domande imbarazzanti sui tuoi pilastri.

La transizione a un nuovo paradigma macroeconomico è la vera premessa per un nuovo modello energetico ambientale. Fino a quando l’economia sarà inchiodata alla continua crescita quantitativa e, peggio ancora, finanziaria non ci sono molte speranze per transizioni a nuove figure per l’energia e per l’ambiente: in questa gabbia macroeconomica il basso costo del petrolio ne impedisce la sostituzione in regime di mercato. Quando il sistema degli scambi sarà in grado di apprezzare la crescita qualitativa si romperà quell’incantesimo e ci saranno altri svolgimenti, ma la costruzione del castello di Rifkin con i suoi cinque impossibili pilastri non ne è la premessa. Un processo molto più articolato, topico e legato alle culture, alle economie, alle tecnologie e ai territori dove la sequenza canonica da seguire con flessibilità e senza dogmi: A, eliminazione spreco, B, risparmio, C, alternative, dominerà le strategie generali e le declinerà nelle varie particolari congiunture, suggerendo le soluzioni tecnologiche appropriate e consistenti.

È necessario istruire una micro-economia nella quale le decisioni per la transizione siano convenienti e vantaggiose per il singolo individuo, una economia che non sia schematicamente basata sul sacrificio del singolo per  il vantaggio della collettività. La relazione fra vantaggio individuale e vantaggio della comunità deve trovare espressione contrattuale oltre che ideologica. Quando il sacrificio del singolo è inevitabile va compensato in modo congruo. Se non c’è corrispondenza tra sacrificio dell’individuo e vantaggio sociale questo squilibrio deve essere spiegato, compreso e risolto. L’uomo economico si muove sul vantaggio individuale idealmente motivato dal vantaggio sociale e fra le due motivazioni ci deve essere un chiaro accettato equilibrio e non conflitto. Altre logiche sono perdenti anche se imposte con prevaricazione fiscale o militarmente. Le decisioni dei milioni di individui saranno legate a situazioni precise e diverse per ogni contesto sociale, territoriale, tecnico e muoveranno il sistema complessivo in modo congruente verso i nuovi modelli. Sancire a priori precise sequenze, tecnologie, materiali, oggetti, su una realtà caratterizzata da enorme diversità formale tecnica e antropologica è una semplificazione accademica e potenzialmente pericolosa. Solo nelle condizioni storiche specifiche si potranno individuare e disegnare sequenze e tecnologie specifiche e appropriate: questa la sfida culturale, politica prima, e tecnica poi. Questa la responsabilità della politica: creare le condizioni normative che inducano comportamenti conseguenti del pubblico per il raggiungimento degli obbiettivi strategici desiderati. Nel quadro politico e macroeconomico corretto i comportamenti sociali si svolgeranno di conseguenza e la tecnologia sarà adeguato strumento.

La trasformazione del patrimonio immobiliare avviene attraverso il processo di milioni di decisioni individuali su edifici che sono ognuno un pezzo unico, con condizioni tecniche e implicazioni di costo specifiche, a loro volta dominate da quadri decisionali di scala più ampia fino al quadro politico. Una articolazione che sconfigge qualunque generalizzazione e che contiene alternative che possono potenzialmente sovvertire il quadro generale. l semplici pilastri di Rifkin sono in pratica una selva di pilastri, colonne, muri portanti, dighe, e puntelli. La complessità si supera con la comprensione senza negarla o semplificarla in modo astratto.

La dipendenza dai combustibili fossili e del petrolio sarà una realtà necessaria  per molti anni a venire e sarà ancora quella economia, liberata dalle attuali  contraddizioni, che pagherà la transizione energetica ambientale al nuovo Pianeta. Qualche tecnologia alternativa è già disponibile, molte non ci sono ancora, si tratta di procedere in modo consistente e di conserva, navigando a vista, tatticamente, su acque sconosciute verso obbiettivi noti e porti sicuri ancora lontani, senza compromettere irreversibilmente i percorsi, abbracciando la realtà difficile e ostile per comprendere senza negare.

Tre cose sicuramente mancano oggi e Rifkin non ha fornito contributi:

  1. la competenza dell’operatore politico e la sua capacità di visione strategica di lungo termine;
  2. L’enorme disponibilità finanziaria necessaria per innescare la transizione;
  3. Una informazione obbiettiva della pubblica opinione su progetti e priorità.

Non saprei quale delle tre sia la più grave.


[1] La terza rivoluzione industriale Edizioni Oscar Mondadori, Milano 2012;

[2] Ci sono voluti più di cento anni per completare a suo tempo il passaggio dal carbone all’olio combustibile e il passaggio alle alternatuve è molto più complesso;

[3] tipo: basta convertire il 2.5% della radiazione solare nella regione sudoccidentale degli Stati Uniti per coprire il consumo totale della nazione del 2006;

[4] Ulf Bossel “Does a Hydrogen Economy make sense?”

In fondo all’articolo una completa rassegna bibliografica.

[5] Pagina 254 de La terza rivoluzione industriale;

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Le urne deserte e l’elettore “normale”

 

Lorenzo Matteoli

10 Giugno, 2013

Tutti i commentatori considerano la bassissima affluenza alle urne per i ballottaggi delle amministrative come il segnale di una catastrofe politica epocale. Viene letta come agonia terminale della democrazia, rifiuto della politica, denuncia del fallimento delle istituzioni e comunque sintomo di una gravissima patologia incerta e di impossibile o confusa diagnosi. Mi chiedo: ma veramente?

È possibile che ci siano tutte queste cose, ma la mia sensazione è che la componente sostanziale e determinante del fenomeno sia una solida e sana “normalità”.

È normale che in una società complessa dove i valori sono oggi fortemente incentrati sullo specifico individuale del vivere questa mia vita l’interesse per la “politica politicata” sia secondario se non relegato al terzo e quarto o ennesimo posto nell’elenco delle priorità: i soldi, la famiglia, i figli, la casa, il lavoro, il calcio, il divertimento, l’affitto … le tasse … ”quella roba là”… “l’altro coso lì” … la politica…Letta, Grillo, Renzi, Berlusconi, Napolitano …

È normale che ai ballottaggi delle amministrative per il sindaco di Terontola (o Roma) un sacco di gente se ne stia a casa: hanno già detto chi volevano al primo turno, se i loro candidati non sono in ballottaggio non gli interessa  validare né l’uno né l’altro dei finalisti, e non si vede perché dovrebbero. Se hanno votato per uno dei due forse andranno a confermare la loro scelta, ma non necessariamente. Il numero degli elettori al ballottaggio dovrebbe quindi (s.e.od o.)corrispondere grosso modo alla somma degli elettori dei due candidati finalisti al primo turno. Difficile che chi non è andato a votare al primo turno ci vada al secondo.

È quindi normale e fisiologico che al secondo turno ci siano meno elettori che al primo ed è anche normale che, anche al primo turno, l’affluenza alle urne tenda a diminuire rispetto alle percentuali degli scorsi decenni.  Il lamento dei catastrofisti è fuori luogo. L’Italia era comunque una eccezione rispetto a molti altri paesi occidentali, primi fra tutti gli Stati Uniti d’America dove la percentuale di votanti del 60% è considerata la norma.

La bassa percentuale di votanti è anche segno di una certa maturità politica degli elettori: votano quelli che sono interessati e quindi informati, non vota chi non è interessato e quindi presumibilmente poco informato. In questo senso la bassa percentuale di votanti è anche segno di un voto più qualificato e critico. Se l’assenza dalle urne sia un vantaggio per una parte o per l’altra dello spettro ideologico politico è materia di dibattito e di sondaggi, ma con la graduale attenuazione della discriminante destra/sinistra è logico pensare che l’assenza dalle urne sia neutra rispetto ai due schieramenti caratterizzati tutti e due da una base di forte militanza e da una larga fascia di adesioni relativamente tiepide. Non è più il tempo di Peppone e Don Camillo.

Che la bassa percentuale di votanti non sia per nulla una manifestazione di disinteresse degli italiani nei confronti della politica politicata è più che solidamente provato dai numerosi e forse troppi programmi televisivi dedicati all’attualità politica (Servizio Pubblico, L’Infedele, Piazza Pulita, 8 e mezzo, Ballarò, Quinta Colonna). Tutti caratterizzati da elevati indici di ascolto, evidentemente, perché se non lo fossero i padroni televisivi non li passerebbero.

Sono i politici politicanti che si ritengono al centro dell’universo e nel cuore della nazione ed è lì che sbagliano, insieme ad alcuni intellettuali, romanticamente utopici, e alla pletora di giornalisti che sul racconto della politica-politicata si guadagnano il pane.

Il fatto che la “politica politicata”  occupi l’ennesimo posto nella scala delle priorità dell’italiano normale (il 98% della popolazione) ha invece un’altra subdola conseguenza che dovrebbe veramente preoccupare i politici politicanti: delle cose delle quali non ci si preoccupa molto ci si può occupare con relativo distacco e leggerezza. Conseguenza? La grande mobilità dell’elettorato moderno italiano: cambiare idea non è un gran dramma per l’elettore “normale”. Berlusconi ha stancato? Non lo si vota più. Grillo è invadente e scarsamente propositivo? Non lo si vota più. Bersani è un avanzo di vecchio PCI? Non lo si vota più ….etc.

Il problema/dramma per i professionisti della previsione politica (e non) è sapere “come” voteranno gli elettori “normali” dopo aver cambiato idea.

Un argomento interessante.

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ERA IL LONTANO 1983

 

Lorenzo Matteoli

7 Giugno 2013

Lo stock complessivo del debito pubblico ha superato i 360 mila miliardi (di Lire equivalenti a circa 180 miliardi di Euro rispetto agli attuali 2035,00) e rischia di andare con l’indebitamento del 1983 oltre i 450 mila miliardi (di Lire equivalenti a circa  225 miliardi di Euro) cioè l’80% del Prodotto Interno Lordo. Ciò determina un onere per interessi che costituisce la quota maggioritaria del disavanzo corrente.

è chiaro quali conseguenze questa situazione provoca sui prezzi, sulla produzione industriale, sugli investimenti, sull’occupazione, cioè sul processo economico reale, spegnendo le possibilità di ripresa.

Il secondo elemento di allarmante gravità è costituito dal continuo e accelerato decadimento dello Stato in tutte le sue funzioni e attività.

Il Parlamento si trova in uno stato di crisi sempre più preoccupante, anzi di semiparalisi, soprattutto per la condotta del governo  che riversa freneticamente sulle Camere provvedimenti improvvisati, confusi, contraddittori che determinano un groviglio inestricabile di leggi e decreti che non si capisce poi come possano essere intesi e applicati dai magistrati e dai funzionari dell’amministrazione statale e parastatale…

 

Questa analisi della situazione Italiana chiarissima e drammatica venne fatta da Enrico Berlinguer nel suo “Rapporto di Apertura del XVI Congresso del PCI” il 2 Marzo 1983. Una analisi che riletta oggi suona pericolosamente attuale.

 

Continua il rapporto di Enrico Berlinguer:

 

…Non è forse, questa, una situazione pregna di una miscela dirompente?

È una situazione, secondo noi, che può precipitare anche rapidamente verso esiti antidemocratici.

 

Solo il “rapidamente” sembra fuori luogo.

Dopo quel discorso sono passati trenta anni e ci sono stati altri 22 governi:

Fanfani V, Craxi 1, Craxi 2, Fanfani VI, Goria 1, De Mita 1, Andreotti VI, Andreotti VII, Amato 1, Ciampi 1, Berlusconi 1, Dini 1, Prodi 1, D’Alema 1, D’Alema 2, Amato 2, Berlusconi 2, Berlusconi 3,  Prodi 2, Berlusconi 4, Monti 1, Letta 1.

 

Dei quali governi solo gli ultimi tre, costretti da una congiuntura che non consentiva più evasione, si sono in qualche modo fatti carico della situazione critica della nostra economia e della contabilità dello Stato. Ma diciannove governi, 15 presidenti del consiglio dei ministri, 501 ministri e diverse centinaia di segretari e sottosegretari per 30 anni (duemila anni uomo mal contati) hanno tranquillamente continuato a spendere e a indebitare il Paese senza la minima preoccupazione. La Corte dei Conti segnalava sistematicamente la insostenibilità della situazione, il capo della Ragioneria Generale dello Stato mandava ogni anno rapporti drammatici ai ministri e ai Governi. Così come diversi Governatori della Banca d’Italia, uno dei quali divenne anche Primo ministro (Carlo Azeglio Ciampi). Tutto nell’assoluto disinteresse e nella più serena indifferenza di tutti. Compresa la stampa di regime e di opposizione.

Una intera classe dirigente politica di governo e di opposizione, una intera classe dirigente finanziaria, industriale e d’impresa, tutta la stampa e tutti i media per trenta anni, hanno vissuto nella più completa indifferenza mentre l’uragano si stava formando sulle generazioni future.

È inutile, o ridicolo, cercare responsabilità puntuali e specifiche: è più che evidente che si tratta di una responsabilità storica generazionale di una intera società e in particolare delle sue classi dirigenti. Forse non solo italiana. Quella politica prima di tutte, ma non sarebbe tollerabile l’evasione della finanza, degli industriali, dei banchieri, dei sindacati, dei giornali e delle televisioni.

Finalmente dopo trenta anni formato con irresponsabile ritardo l’unico governo possibile, quello votato da due terzi degli elettori, è necessario che adesso vada incalzato perché “faccia” superando antagonismi, settarismi, fazioni e mali di pancia personali. Il governo di emergenza deve essere visto come una entità unica nella quale le specifiche appartenenze a uno dei due partiti associati devono elidersi. Il continuo richiamo alle parti di origine è indice di isterica puerilità politica. Chi accusa Letta di subire Alfano o Alfano di subire Letta evidentemente non ha ancora capito la situazione nella quale si trova il Paese.

Ma anche Letta non sembra avere ancora assorbito la gravità della situazione: la proposta di legge per l’abolizione del finanziamento ai partiti è emblematica di una cultura di governo improntata a irritante furberia. La debolezza e la subalternità alle logiche di partito con la quale affronta il problema della riforma elettorale è un altro pessimo segnale. Il ricorso a pletoriche commissioni per la riforma della Carta Costituzionale un terzo sintomo di galleggiamento evasivo post democristiano. Nello stesso quadro negativo si può collocare il balletto sull’IMU e sull’IVA. Anche la presunzione di creare posti di lavoro detassando i nuovi contratti a tempo indeterminato è emblematica di una visione astratta del problema: se non ha lavoro nessun imprenditore assumerà lavoratori, il fatto che i contratti siano detassati è irrilevante.

L’intera società italiana, ma specialmente i suoi rappresentanti politici, sembra avere bisogno di un rude trattamento pragmatico: aprire gli occhi sul mondo reale e darsi da fare. Le alternative non sono accettabili.

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Sordi e ciechi

 

 

Lorenzo Matteoli

5 Giugno 2013

 

Patroni Griffi risponde a Luca Ricolfi, ma trascura un importante dettaglio.

Gli Italiani (31.8 milioni secondo il referendum del 1993) vogliono che venga “abolito” il finanziamento ai partiti.  Abrogate tutte le leggi che lo hanno istituito. Tutto il finanziamento ai partiti compresi i milioni di Euro che vengono dati ai gruppi consiliari del Parlamento e delle Regioni che sono il luogo degli abusi più pecorecci che si siano verificati. Se questo dovesse corrispondere alla sparizione di “questi” partiti, e non è detto, sarebbe un ottimo e positivo “collateral damage” perché potrebbero nascere nuovi partiti senza il vizio di nascita del finanziamento pubblico che è la ragione della loro decadenza e della loro involuzione letargica o metamorfosi parassitaria.

Importa poco agli Italiani se qualche migliaio di funzionari dovranno andare in pensione o a casa. La sensazione della gente è che il finanziamento pubblico a scialo sia stato il motivo primo della decadenza corruttiva e parassitaria dei partiti e quindi meglio finire e quanto prima.

La legge proposta con l’ignobile trucchetto linguistico denunciato da Luca Ricolfi e da Massimo Teodori che di fatto non abolisce nulla, ma passa il finanziamento a un altro meccanismo (il 2 per mille optato o non optato) e non tocca i soldi dati a scialo ai gruppi consiliari, se verrà approvata nella attuale stesura, è un formidabile regalo a Grillo che avrà un altro potente strumento per denunciare la “strana maggioranza” di Letta. Ma non avrà bisogno da tanti strumenti perché se il governo PD/PdL va avanti così ci sarà una valanga di voti per M5S, e nemmeno l’ipotesi di Matteo Renzi potrà salvare la situazione.

Se il governo Letta continua su questa strada Grillo non dovrà fare molta fatica per convincere gli Italiani che l’attuale caravanserraglio deve andare a casa, perché non ci sono speranze di riscatto dell’intera categoria. Non ci vuole una sofisticata intelligenza politica per capire questa banalità e ci si chiede come mai personaggi che sono sulla scena da 20 e passa anni non siano in grado di percepire il potente segnale che arriva dalla gente.  In particolare ci si chiede ragione della connivenza di Emma Bonino che sembra essersi scordata della nobile storia del Partito Radicale che è anche la sua storia.

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Come gli altri, o no? Grillo e i grillini

Come gli altri, o no?

Ragionando su Grillo e sui grillini.

Lorenzo Matteoli

2 Giugno, 2013

 

Lo spazio che Grillo ha occupato nel teatro politico italiano con il suo attivismo sulle piazze e sui network è, per il momento, effimero, come sono effimeri, per il momento, i suoi rappresentanti eletti in Parlamento. Grillo ne conosce la fragilità e giustamente li protegge dalla esposizione mediatica dalla quale verrebbero spappolati. Quelli fra di loro che sarebbero culturalmente in grado di gestire il rapporto con la brutta macchina dei media mal sopportano la museruola e il guinzaglio e presto lasceranno il Movimento per altri spazi politici dove poter svolgere un ruolo attivo e non da belle figurine imbavagliate. Lui stesso riconosce il problema tanto che sta organizzando dei “corsi” per la preparazione dei suoi deputati e per metterli in grado si interagire con i media. La sua potenziale condanna: dopo aver dichiarato di voler svuotare il sistema si appresta a farne parte. Grillo infatti in questo modo, senza rendersene conto, valida proprio il sistema che ha contestato nella sua fortunata campagna antagonista e questa sarebbe la fine e la prova che la cifra della sua operazione si azzera nel momento nel quale cerca in qualche modo di omologarsi. Una volta omologo sarebbe come “gli altri” e la sua azione antagonista perderebbe qualunque credibilità. I dubbi e l’imbarazzo dei suoi deputati divisi tra ribellione e fedeltà al capo/guru sono evidente sintomo della crisi. Chi ha basato la sua ragione di essere sull’azzeramento del sistema non può farne parte e se ne farà parte vuol dire che la sua ragione di essere non era l’azzeramento del sistema, ma il suo controllo: cioè alla fine è uguale agli altri. Più politicamente intelligente di lui è il suo deputato Roberto Fico (Laurea in Scienze della comunicazione a Napoli e Master in Knowledge Management al Politecnico di Milano) che disconosce l’importanza dei “numeri” e nega la sconfitta nelle amministrative sostenendo che i “numeri” non sono lo scopo e del Movimento che è invece più significativamente rappresentato dall’”esserci”. Coerentemente con questa visione dice: “Il Parlamento è diverso proprio perché ci siamo noi” e contiene in questo modo la invasione di Lucia Annunziata (1/2ora RAI 3  2 Giugno 14.30)

 

Questo non vuole dire che il fenomeno Grillo non sia stato importante e non sia ancora importante nella congiuntura a breve e medio termine e che non meriti analisi più attente della deprecazione conforme. Lo scossone che ha dato ai partiti italiani affogati nelle faide interne o bloccati da congiure di palazzo  ha generato un’onda lunga che andrà avanti nel nostro futuro. Alcuni partiti cambieranno, altri verranno azzerati, altri  nasceranno, proprio come conseguenza della ruvida sveglia data alla gerontocrazia partitica dal suo movimento e da lui personalmente. Primo segnale  fra tutti la enorme mobilità attuale dell’elettorato italiano che si sposta per percentuali a due cifre nel giro di mesi, dove una volta si spostava di decimi di percento nell’arco di anni. Conseguenza di internet o del modo di pensare della Twit-generation: comunque un dato di fatto che terrorizza i contatori di voti della vecchia tradizione. Non contano più nulla le bocciofile, le parrocchie i capibastone o gli zoccoli duri. Sicuramente spariranno quei partiti che non terranno conto delle implicazioni e del significato del successo iniziale di Grillo e dei suoi modi. Ma anche l’attuale disorientamento del Movimento di Grillo dovrà essere risolto con una radicale revisione della sua democrazia e dialettica interna e delle forme e modalità con le quali si rapporta con il resto della società e del contesto politico. Questo potrà avvenire quando il suo messaggio di generale protesta antagonista avrà trovato una confezione culturalmente praticabile, senza perdere la forza di rottura e di denuncia che gli ha dato l’iniziale successo. Grillo prima o poi dovrà scegliere un territorio ideologico a destra o a sinistra o in una nuova dimensione ancora da definire. La transizione non facile potrebbe significare la scomparsa tout court del movimento. Solo “esserci” non sarà più sufficiente: bisognerà anche “fare”, pensare, scrivere, studiare, spiegare, comunicare e farsi capire.

Lo spazio così rapidamente e facilmente acquisito da Grillo indica il vuoto di elaborazione e di azione politica dei partiti tradizionali, la loro reazionaria involuzione su se stessi e la distanza che hanno creato fra di loro e l’opinione pubblica che li deve votare. Ma è significativo anche di un’altra grave assenza dalla politica italiana: quella della media borghesia. La media borghesia italiana evita la politica, la ignora, la evade, quando non la sospetta e non la disprezza. Il fenomeno non è recente, è storico, ma è diventato patologico negli ultimi dieci o quindici anni. Non è solo la partecipazione al voto che è passata dalle percentuali sempre sopra il 90 per cento degli anni 50/60 al pericoloso 50 per cento delle ultime amministrative: il segnale preciso dell’assenza della media borghesia dal voto, ma è l’assenza dall’impegno politico attivo, dal dibattito, assenza dai partiti, assenza dai consigli comunali, provinciali, regionali. Scarsa presenza nel Parlamento. Come sempre avviene quando uno spazio si rende disponibile, il vuoto lasciato nella politica dalla media borghesia è stato riempito, a sinistra, al centro e a destra, da altre categorie e culture sociali certamente portatrici di altri valori specifici che, lasciati senza il contesto e l’azione equilibratrice  della borghesia, hanno deformato il profilo sociale, culturale e politico del dibattito che struttura la produzione di leggi e l’azione del Parlamento e quindi del Governo. Grillo, per l’efficacia del suo gesto e forse anche più per il degrado dei partiti tradizionali, ha conquistato interesse e apprezzamento diffuso in una area di opinione non connotata ideologicamente secondo le categorie correnti destra, sinistra, centro. Ancora non ha scelto dove collocarsi e se collocarsi. Quando lo farà perderà voti e guadagnerà identità e solidità per poi ricominciare a crescere e forse diventare il veicolo di un ritorno della media borghesia alla politica, se ci sarà ancora quel movimento e se lui sarà il leader della nuova figura di aggregazione dell’opinione antagonista alternativa. Grillo, in altre parole, sta preparando lo spazio di un nuovo attore del teatro politico italiano. Uno spazio al quale guardano gli altri attori storici: alcuni qualificati per occuparlo, altri meno e altri per nulla. Ci provano tutti, alcuni si stanno attrezzando: per questo tutto quello che sta avvenendo dentro e intorno al movimento di Grillo va osservato con molta attenzione anche se spesso si fa fatica per la volgarità e per la banalità di alcune manifestazioni. Grillo ha colto per l’Italia, e sintetizzato nel suo movimento, con i suoi limiti culturali, l’onda dei grandi cambiamenti in corso nel mondo: mobilità, tecnologia, comprensione sociale. Dopo l’iniziale intuizione e anticipazione sembra che ora abbia difficoltà ad interpretarne il seguito, forse prigioniero del suo stesso successo.

I tre cambiamenti sono stati il risultato, se vogliamo positivo, del capitalismo applicato e sviluppato negli ultimi cento anni e saranno anche le tre leve che scardineranno la deformazione e i guasti catastrofici della deviazione iper-finanziaria del capitalismo degli ultimi trenta anni. L’uscita dalla attuale crisi globale sarà possibile solo grazie alla diversa mobilità attraverso il Pianeta  (di uomini, denaro, mezzi),  alla diversa comprensione (culturale, scientifica, sociale, ideologica), alla diversa strumentazione tecnologica di supporto (soft e hard). Nello svolgimento interattivo e caoticamente sovrapposto di queste figure si innesca la dinamica che cambierà il “potere” la sua diffusione (o concentrazione), la sua intensità, il suo progetto, i suoi strumenti, i suoi scopi, e, soprattutto le modalità per conquistarlo e mantenerlo.

La fragilità attuale del potere e la conseguente inefficienza delle democrazie, infatti, sono i più importanti indicatori della transizione in corso. Tutte le aree di fragilità nella continuità corrente sono segni preliminari di prossimo cambiamento: ciò che è fragile non regge, o cambia, o si rompe.

 

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IL COLLASSO PILOTATO


Lorenzo Matteoli

30 Maggio, 2013

 

 Nota: questo post è in progress

Il problema oggi è recuperare la efficacia della delega, del mandato elettorale e la responsabilità conseguente degli eletti/delegati di decidere, di comandare e di rendere conto. Dalla parte degli elettori lovvio complemento dellobbedienza e del rispetto della delega data.

Recuperare il valore, la espressione e il rispetto del senso comune che impone questa obbedienza, che non è subalternità o asservimento, ma che è lindispensabile struttura del rispetto reciproco dellIndividuo per lIstituto e dellIstituto per lIndividuo. La condizione fondamentale di una società giusta. Lessenza della democrazia. La base di ogni libertà.

 

Nel linguaggio schematico dell’esercizio teorico questa sembra una operazione chiara, semplice e lineare. Si tratta in realtà di una sconvolgente rivoluzione sociale che potrebbe avere implicazioni molto dure con il rischio di contrasti violenti. Decine di migliaia di soggetti verrebbero estromessi dal loro luogo di potere e non sarebbero né disposti né contenti. Per convincerli ci vorrebbero opzioni alternative severe, per usare un linguaggio delicato.

Il recupero dell’efficienza della democrazia richiederebbe anche una drastica semplificazione dello schema di potere oggi operativo in Italia. Le teorie della sociologia del potere nei loro schemi in genere presumono due entità: la entità A che esercita il potere e la entità B che lo subisce o lo riscontra con il suo comportamento.

Nel mondo reale questa semplicità non esiste. Lo scenario è molto più complesso per la molteplicità e per i diversi profili delle figure che interagiscono, per i tempi necessari ai processi di elaborazione e di comunicazione, per la strumentazione mediatica e logistica, per i tempi necessari alla comprensione e alla elaborazione culturale dei messaggi, per la viscosità e la resistenza al cambiamento degli scenari politici, sociali e culturali in essere. Si tratta evidentemente di un quadro di complessità caotica che rifiuta per la sua gestione ogni logica grammaticale. Il quadro caotico peraltro, proprio per la caratteristica delle dinamiche caotiche, ammette cambiamenti repentini e radicali razionalmente inconcepibili che sfuggono a qualunque progettualità. La potenzialità dell’intuizione poetica dei sistemi sociali complessi: una figura classica dell’utopia ragionevole.

Le due entità A e B sono in genere rappresentate da una molteplicità di sub-soggetti, gruppi o individui, non necessariamente omologhi o caratterizzati da unità di intenti, ma a loro volta collegati da relazioni di “sotto-potere”. Nei nostri partiti sette, correnti, fazioni, cordate. Lo stesso vale per tutti gli altri “individui”  o “entità” dello schema. Il potere nel mondo reale è una nuvola vaga di soggetti interagenti, sui quali si sovrappone il potere dei media oggi quasi sempre negativo o interdittivo che esercita una pressione spesso ricattuale sui livelli organici che dovrebbero “decidere”. (cfr Il Potere come sistema-rete) Gli organi di governo sono fragili di fronte all’azione dei media: nessuno si può permettere di contrastarli con fermezza  senza rischiare di venirne annullato.  I media, giornali e TV, fanno a loro volta capo ad altri “centri di potere” (Banche, Istituti Finanziari, Industrie, Parastato, Corporazioni etc.) presenti nei Consigli di Amministrazione e nelle Redazioni attraverso relazioni personali ideologicamente marcate o rappresentanti ufficiali di partiti o forze economiche. Le Redazioni sono a loro volta articolate in gruppi, fazioni, circoli o cordate che fra di loro stanno in termini di dialettica spesso conflittuale se non antagonista.

Gli schemi della sociologia del potere dovrebbero essere applicati a una molteplicità di situazioni, conflitti, alleanze, personalità individuali in un modello di complessità assolutamente ingestibile in termini tecnici da giochi statistici o di simulazione probabilistica.

La generale intuizione è che il complesso scenario del “potere” oggi in Italia sia arrivato alla fine della sua funzionalità: l’intrico caotico ingestibile sta soffocando il Paese e con il Paese se stesso. Una dinamica suicida che per molti è la logica condizione preliminare del collasso. Se lo scenario deve cambiare, se il collasso ineludibile deve essere in qualche modo governato è logico chiedersi quali potrebbero essere le condizioni da imporre a questo caotico caravanserraglio per indurlo a un “cambiamento” possibilmente non cruento e non violento. Si tratta evidentemente di una emergenza drammatica.

Di fronte al dramma della congiuntura il profilo della classe politica italiana come quello dei più importanti operatori nello scenario, più che preoccupare, fa paura. Inutile cercare in queste stanze una qualunque unità, un “senso comune”, oppure condivisione di obbiettivi. L’armata Brancaleone degli scontrinisti, i battibecchi fra le fazioni del PD, le piccole parrocchie individuali del PdL, disorientate e incerte per la situazione personale di Berlusconi, non  consentono ottimismo. Come non consente ottimismo la cultura dei media, stampa e TV, e la cultura delle grandi corporazioni finanziarie e industriali che vedono nell’emergenza, più che il dramma del Paese, l’opportunità per acquisire maggiore potere e maggiore potenziale profitto. Sullo sfondo, cupa, l’ombra di poteri mafiosi e delle organizzazioni criminali nazionali e internazionali. Complotti, cupole davossiane e improbabili fantasmi di illuminati bilderbergeriani.

 

Si presentano all’analisi di un possibile futuro tre ipotesi:

 

  1. more of the same;
  2. svolta nella continuità del Governo Letta
  3. svolta con la caduta del Governo Letta e nuove elezioni.

 

L’ipotesi more of the same sarebbe letale: la sicura premessa per future ingovernabili catastrofi.

Le altre due ipotesi richiedono tutte e due una scintilla di innesco seguita da una fase di cesura costituente. Questa fase, delicata e fondamentale,  potrebbe avere caratteristiche molto diverse se si dovesse svolgere con la attuale “strana maggioranza” oppure con un nuovo Parlamento definito da nuove elezioni. Certamente sarebbe più chiara politicamente la cesura costituente con un Parlamento rinnovato da elezioni non avvelenate da regole indecenti.

Ci si chiede quale potrebbe essere la scintilla di innesco necessaria per  dissolvere l’incerta nebulosa della congiuntura, quale forza può svolgere l’intrico caotico asfissiante del sistema di potere suicida. Una risposta sembra emergere sempre più forte e chiara, ovvia: la paura. La paura di essere mandati tutti a casa. La paura di dover rinunciare ai privilegi della “casta” appena conquistati e non ancora compiutamente assaporati. La paura di perdere il pezzettino di potere e di immagine pubblica. La paura di dover affrontare la quotidianità dopo l’arroganza e il fallimento. La paura di perdere privilegi e profitti, la paura di una catastrofica caduta di valori di mercato, di margini personali e corporativi. La paura di essere scaraventati alla mercè di “raider” finanziari cinici, abili e competenti.

Questo è l’unico legante, ineffabile, segreto, tenacissimo che potrebbe costringere il branco di onorevoli delle tre sponde parlamentari a una disperata strategia per “rimanere”. Lo stesso vale per tutti gli altri poteri e sottopoteri del caotico sistema-rete: banche, industrie, corporazioni e media. Quando tutti i soggetti avranno chiara questa sensazione la loro priorità sarà risolvere, cambiare, pulire, e “produrre”, a tutti i costi “produrre”. Forse il Presidente/Czar Giorgio dovrebbe evocare con maggiore vigore la sua volontà di mandare tutti a casa se il Governo Letta fosse messo nella impossibilità di passare le urgenti e indispensabili misure di emergenza e di riforma dalla litigiosità del branco. Si azzererebbe il potere dalla classe politica  e tutti gli altri poteri si troverebbero nel vuoto: i manici dei loro coltelli ricattuali di colpo trasformati in poltiglia scivolosa.

In uno scenario  di continuità il Governo Letta potrebbe durare il tempo sufficiente per produrre una nuova legge elettorale e qualche altra riforma urgente (fine del finanziamento ai partiti e alla stampa, tagli alla gigantesca macchina celibe della burocrazia statale, eliminazione province e regioni, eliminazione enti inutili e assurdi privilegi della casta, dismissione di parti del demanio per ridurre il debito, investimenti per innescare la ripresa dell’economia, occupazione giovanile e richiamo delle industrie a suo tempo delocalizzate). Ma potrebbe anche durare fino alla fine della legislatura se fosse veramente capace di impostare la “svolta storica” del Paese: politica dura nei confronti dell’invasione mafiosa e della corruzione a tutti i livelli, riforma della giustizia, una seria riforma della scuola e dell’università.

Se invece la litigiosità del branco e gli “ego” stupidi degli sculettatori dovessero avere il sopravvento il Governo delle Larghe Intese andrebbe incontro a una rapida fine e si aprirebbe uno scenario che molti già chiamano del “collasso pilotato”. Di seguito provo una descrizione fanta-ipotetica del possibile processo.

Scioglimento delle camere, primarie PD con possibile vittoria di Matteo Renzi e successiva scissione del PD in due o tre nuovi partiti (cattolici, sinistra-sinistra, centrosinistra), nuove elezioni con probabile maggioranza di centrosinistra con o senza appoggio di quello che resterà del movimento di Grillo e di transfughi dallo sbandamento del PdL. Il PdL senza Berlusconi scompare o quasi.  Possibili premier Matteo Renzi, Fabrizio Barca, Pippo Civati, Emma Bonino. Governo di salute pubblica con un programma di radicale rinnovamento del Paese, lotta dura alla corruzione, alla mafia e alla camorra, tagli drastici alla macchina amministrativa centrale e periferica, epurazione della “casta”, dismissione di importanti pezzi del demanio per ridurre il debito pubblico, riforma della giustizia, del lavoro e della scuola, e dell’Università, investimenti per il rilancio della competitività italiana sui mercati internazionali e per il richiamo delle industrie delocalizzate. Investimenti strategici per la manutenzione del territorio, centralizzazione della gestione dei rifiuti urbani, norme drastiche per la riduzione del volume  dei rifiuti urbani (tipo legge Toepfer), costruzione di inceneritori della quinta generazione, investimenti strategici per il controllo dello spreco di energia. Rilancio strategico di una politica agricola per la riduzione dell’import alimentare. Posizione ferma a Bruxelles e a Francoforte per una ridefinizione dei trattati “Euro”: energia, agricoltura, finanza, debito pubblico, mobilità del lavoro nell’Eurozona. Negoziato fermo per la gestione comune Europea dell’immigrazione nordafricana, Est Europa, asiatica e mediorientale.

 

Conclusione

Si tratta di due percorsi probabili: il primo nell’ipotesi di continuità del Governo di Enrico Letta sostenuto dalla stessa strana maggioranza detta delle larghe intese che per ora sembra dominata dal bisticcio settario che caratterizza i due partiti della coalizione di governo. Il secondo percorso è invece quello che si potrebbe svolgere nell’ipotesi di caduta del Governo Letta, caduta provocata dalla litigiosità e dai contrasti interni ai partiti della coalizione. Tutti e due i percorsi dovrebbero comprendere in apertura una cruciale fase di cesura costituente. La continuità potrebbe piacere all’opinione pubblica moderata, la rottura, il Collasso Pilotato, potenzialmente più interessante, ma anche più critica e pericolosa, aprirebbe al Paese una svolta più radicale nella evoluzione del quadro etico/politico generale e forse più favorevole a una evoluzione più rapida verso una nuova fase storica della Repubblica.

 

 

 

 

 

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EFFICIENZA DELLA DEMOCRAZIA O COLLASSO

 

Lorenzo Matteoli

28 Maggio, 2013

Il luogo comune corrente è che “tutto è cambiato”, ma una riflessione precisa su “cosa” sia effettivamente cambiato, in che modo, perché e con quali plausibili conseguenze non è facile da fare. Anche perché l’analisi di quello che “è cambiato” si sovrappone a come siamo cambiati noi e la sovrapposizione, non è mai “neutra”. Forse molte cose sono rimaste le stesse e noi le vediamo cambiate perché siamo noi che ci siamo invecchiati sopra, dentro, sotto, prima, dopo…

Guardiamo le giovani generazioni e non ci riconosciamo: non vediamo in loro quelli che eravamo noi a quell’età. Ma anche i nostri vecchi non si riconoscevano in noi: il salto generazionale, the generation gap, è una costante da centinaia di generazioni a questa parte e il “lamento” dei vecchi è sempre lo stesso e spesso è fortemente radicato e giustificato dalla realtà congiunturale.

A valle di queste banalità le cose comunque, da sempre, cambiano, ed è un bene che sia così anzi è fondamentale che sia così. Essere coscienti di come cambiano è importante per “adeguarsi”, per non essere tagliati fuori e alla fine per capire il contesto nel quale viviamo, per parteciparvi criticamente e attivamente, senza subirlo e senza esserne travolti, senza volerlo deformare o forzare sulle esigenze specifiche di un gruppo o di un singolo individuo, nel rispetto del senso comune e dei comuni obbiettivi: il “telos” degli antichi greci, la visione di lungo termine. Il bene comune.

Ci sono cambiamenti clamorosi, smaccati, evidenti, drammatici e ci sono cambiamenti impercettibili, subliminali, indiretti e subdoli. I primi si impongono di necessità e ci costringono alla presa d’atto, all’adeguamento. I secondi sono molto più difficili da gestire perché avvengono in tempi lunghi e con  modalità implicite, indirette, che possono facilmente ingannare anche l’osservatore attento. Quando ce ne rendiamo conto, se ce ne rendiamo conto, è in genere troppo tardi per tentare una gestione o impostare la transizione di adattamento. È così che ci si trova “tagliati fuori”, inadeguati, in ritardo, superati, inadatti, d’impiccio…

Ci sono cambiamenti tecnici, cambiamenti strutturali organizzativi e cambiamenti ideologici e culturali. Cambiano gli apparecchi del vivere quotidiano: mezzi di trasporto, energia, telefoni, fax, radio, computers, elettrodomestici, macchine, fertilizzanti, chimica, medicina e tecnologie mediche. Cambiano assetti organizzativi, burocrazie, organigrammi, gerarchie di comando, sequenze operative, procedure, software… Cambia il potere d’acquisto del denaro, il valore del lavoro.  Cambia il significato del valore del lavoro: la base stessa della nostra Costituzione. Cambiano le idee, i sentimenti, i valori, la visione del mondo, la geografia. Cambia il cambiamento, la sua velocità, i suoi modi, i suoi strumenti, la sua percezione da parte di chi lo interpreta e lo vive.

Nella visione intellettuale, utopica si vorrebbe che il motivo primo dei cambiamenti fossero le idee, la cultura, il pensiero, gli affetti. Nel mondo reale le cose sono più complicate e spesso la logica del cambiamento si svolge come conseguenza di priorità diverse.  Spesso sono i nuovi oggetti che costringono al cambiamento delle vecchie idee: la visione del mondo e la geografia cambia quando ti puoi spostare in poche ore di migliaia di kilometri o se puoi comunicare con milioni di persone con un semplice “click” su una tastiera, se puoi spostare miliardi di Dollari, Yen, Renminbi, Yuan o di Euro, veri o virtuali, in un nanosecondo attraverso il Pianeta. La tecnologia dell’informazione e i mezzi di comunicazione però non cambiano il contenuto dei messaggi né la responsabilità di chi li propone.

Se dovessi indicare una sola cosa che è cambiata radicalmente e che rappresenta la sintesi o il contenitore, la matrice di tutti i cambiamenti direi che è cambiato “il potere”. [1]

Il potere secondo la definizione diventata classica di Robert Dahl [2] è la capacità di far fare agli altri qualcosa che altrimenti non farebbero.  La letteratura e l’elaborazione filosofica sul potere è oceanica da Sant’Agostino, a Hobbes, Hume, Machiavelli, Tolstoy, Kant, Marx, Marcuse, Orwell, Huxley, e ai recentissimi Colin Crouch e Serge Latouche.

Secondo alcuni il potere oggi è “finito”[3]. In realtà è solo “cambiato”: è possibile pensare alla quantità di potere, espresso e inespresso, in un dato sistema sociale come a una costante. Cambia è la sua “distribuzione” o “diffusione”, la sua “qualità”, la sua concentrazione o “intensità”, le modalità con le quali si esprime o si trasmette, dall’alto verso il basso, lateralmente, caoticamente, dal basso verso l’alto. Cambiano gli strumenti di queste modalità. Una delle caratteristiche autoreferenziali del potere è anche la “percezione” che la gente ne ha e il modo con il quale chi lo subisce reagisce all’esercizio del potere nelle varie forme nelle quali viene svolto, gestito, applicato o imposto: consenso, partecipazione, condivisione, tolleranza, sottomissione, ribellione. Tutti atteggiamenti soggetti anche loro al cambiamento.

Se dovessi indicare una caratteristica determinante del “cambiamento” del potere dai tempi nei quali veniva esercitato monocraticamente dai Consoli, dal Re o dall’Imperatore o dal Gran Sacerdote o dallo Stregone tribale ad oggi direi che nei regimi e nelle culture monocratiche il potere era strettamente associato agli “scopi” del gruppo sociale, famiglia, tribù, nazione, e che questi scopi si identificavano con la volontà del Re/Imperatore/Gran Sacerdote: conquistare, dominare, esplorare, depredare, asservire, adorare e pagare tributi agli “dei”, etc… Con la diluizione, o diffusione del potere, provocata dai processi di democratizzazione o, meglio, dalla interpretazione che è data al concetto di democrazia,  si è anche indebolita e, in molti casi azzerata, la capacità della gente di concepire obbiettivi e scopi comuni e condivisi. La volontà-guida del Re/Imperatore del Gran Sacerdote è venuta a mancare e i capi delle strutture politiche della democrazia, più o meno partecipata, non sono in grado di sostituirla, proprio a causa della diffusione stessa che caratterizza il potere oggi.  Una involuzione autoreferenziale. Gli scopi e gli obbiettivi sono diventati il personale benessere o il personale arricchimento dei singoli soggetti, e hanno perso, nel sentire della gente, qualunque nesso o relazione con il più ampio valore dello scopo sociale. Come se fosse possibile il benessere, il successo, l’armonia dei singoli individui astratti, o addirittura antagonisti, del bene comune e dell’armonia della società nella quale ogni individuo vive. In questa mutazione si trova la ragione della inefficienza dei regimi democratici attuali se paragonata alla micidiale efficienza e capacità operativa degli antichi imperatori. La loro volontà veniva eseguita senza mediazione e senza negoziato: costruivano strade, mura, castelli, cattedrali, facevano guerre, sterminavano le decine di migliaia di “nemici”, imponevano tasse. Costruivano Imperi, in poche decine di anni. Poi il lungo percorso verso il potere del popolo, la Magna Charta, la Rivoluzione Francese, Americana e Russa, la democrazia e l’età aurea vera o presunta della democrazia.

Il degrado delle democrazie, il crollo della rappresentanza, è iniziato in modo subliminale negli anni ’40 e forse prima se già Churchill aveva sospetti, molto prima che Colin Crouch[4] nel 2004 coniasse il termine post-democracy. L’aveva capito e denunciato nel 1949 George Orwell[5], e il collasso è poi seguito in modo  violento nel 1968, quando la congerie movimentista pensò che la malattia della democrazia  si potesse curare con la partecipazione assembleare. Questa era solo un altro sintomo della stessa malattia: la volontà dell’assemblea era una grottesca finzione della volontà del popolo. Il valore della delega e la responsabilità dei rappresentanti eletti non venivano sostituiti dal voto delle maggioranze assembleari perché la maggioranza dell’assemblea, ammesso che non sia manipolata, non è qualificata dalla “responsabilità”[6]. La maggioranza non è in grado di rendere conto della decisione assunta essendo mandante di se stessa. La tautologia azzera la responsabilità: nessuno deve rendere conto di alcunché. Le sciagure sono senza padri.

Oggi si pensa che lo strumento per recuperare la rappresentatività democratica sia internet: un altro inganno modaiolo. Internet ha lo stesso difetto delle assemblee del mitico ’68: il vuoto di responsabilità. Nessuno è tenuto a rendere conto. Nessuno paga per gli errori delle anonime maggioranze.

Il recupero dell’efficacia delle democrazie passa necessariamente attraverso il recupero e la riqualificazione della delega e della responsabilità dei delegati: che sono tenuti a “decidere”, a “comandare” in nome e per conto del popolo, del suo comune sentire,  e ad assumersi la responsabilità conseguenti alla delega degli elettori. Il privilegio e la condanna dell’autorità. Chi sbaglia in nome del popolo paga in nome del popolo.

I termini “decidere” e “comandare” oggi irritano la presunzione ideologica della sinistra intellettuale e della sua espressione politica perché ritenuti offensivi del simulacro democratico che hanno costruito in mezzo secolo di demagogia. Ma è tale la confusione degli esegeti post-comunisti sul concetto e sul degrado della democrazia, ed è tale la loro irritazione nei confronti del “decidere” e del “comandare” come ineludibili conseguenze della delega e delle sue responsabilità, che uno dei presunti maitres a penser di quell’area, il professor Asor Rosa, è arrivato a invocare l’intervento dei carabinieri e della polizia per restaurare l’efficacia della democrazia e per fermarne il degrado. Un orrore che rappresenta bene le ragioni del sospetto che il pensiero liberal ha sempre avuto nei confronti dei maestri di democrazia muniti di manganelli, olio di ricino, spranghe, Hazet 36[7], gulag, galere, forche, ghigliottine, roghi e campi di lavoro. O peggio.  Bisogna ringraziare il professore Asor Rosa, che sulla stampa della sua parte viene qualificato come un “sincero democratico”, per la franca rivelazione.

Il problema oggi è quindi come recuperare la delega, il mandato elettorale, la responsabilità conseguente degli eletti di decidere e di comandare, e di rendere conto, l’ovvio complemento dell’obbedienza e del rispetto della delega data. Con l’uso corretto e non manipolato della rete.

Recuperare la espressione e il rispetto del “senso comune” che impone questa obbedienza, che non è subalternità o asservimento, ma che è l’indispensabile struttura del rispetto reciproco dell’Individuo per l’Istituto e dell’Istituto per l’Individuo. L’essenza della democrazia, la base di ogni libertà.


[2] The Concept of Power, Robert A. Dahl, Department of Political Science, Yale University, 1957.

[3] La fine del potere, Moisés Naìm, Mondadori, Milano, 2013

[4] Post-democracy, Colin Crouch, Polity Press, Cambridge, 2004

[5] Nineteeneightyfour, George Orwell, Numitor Comun, Windsor, Canada, 1949.

[6] Meglio connotata dal termine inglese “accountability” tradotto in italiano dal goffo “capacità di rendere conto

[7]Hazet 36-fascista dove sei“. L’ Hazet era la chiave inglese preferita dai Servizi d’ ordine dei gruppuscoli milanesi negli anni ’70. Fra i quali era stellare il gruppo Lenin al comando di Gino Strada.

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